L’anima di Ischia nel DNA di una famiglia di viticoltori: la storia di Lucia Monti e delle Cantine Tommasone

Esiste un legame tra l’uomo e la propria terra così forte da imprimersi nel DNA, un nodo che si tramanda sottopelle, di generazione in generazione.

Questo filo, questo cordone ombelicale mai reciso, nel momento giusto ti riporta ai luoghi di origine, anche se sei nato lontano dal suolo in cui i tuoi antenati sono cresciuti.

Se poi la tua famiglia vive da 250 anni di viticoltura, in una delle isole più belle del mediterraneo, la chiamata ha una forza quasi mistica.

È proprio da questa chiamata che è partito il racconto di Lucia Monti, cuore pulsante delle Cantine Tommasone, unica donna alla guida di una azienda vitivinicola ischitana. Mi ha accolta in un caldo pomeriggio d’estate, con un sorriso ed un saluto che hanno tradito subito un accento non esattamente autoctono, a differenza dei vitigni che predilige coltivare.

Perché Lucia è nata in Germania, a Colonia, ma a un certo punto, complici gli eventi, ha sentito forte il richiamo di quei luoghi in cui erano ambientati i racconti favolosi sulla sua famiglia, molti dei quali legati alle vigne e al vino.

“Nel 1870 il mio bisnonno, Pietro Monti, aveva iniziato l’attività di viticoltore con grande entusiasmo, lasciandola a mio nonno Tommaso, chiamato ad Ischia “Tommasone” per il grande numero di vigneti che ereditò. Dopo di lui mio padre Antonio aveva deciso di allontanarsi da quel mondo e dall’isola, trasferendosi a Colonia e dedicandosi alla ristorazione. Solo l’estate era l’occasione per ritrovare gli affetti e il calore di Ischia.”

Il racconto di Lucia continua per arrivate alla fine degli anni Novanta, dopo la morte del nonno Tommaso: il padre capì che sarebbe stato un errore abbandonare il patrimonio di famiglia. Così avviò la ristrutturazione della cantina (che diventerà “Tommasone” in sua memoria) e il reimpianto delle vigne proprietarie, proponendo alla figlia di fare una esperienza formativa in Italia, in una nota realtà del mondo vitivinicolo del Friuli, un banco di prova per verificare quanto del sangue di viticoltori scorresse nelle sue vene.

La risposta non tardò ad arrivare: Lucia si sentì così parte di quel mondo che, tornata in Germania, si iscrisse alla facoltà di viticoltura ed enologia, completando un tirocinio che la preparò a cogliere la sfida lanciata dal padre. 

Appena trasferitasi ad Ischia, nel 2009, le cose non sono state proprio facili: la vedevano giovane e non erano abituati a confrontarsi con una viticoltrice sull’isola. “In tanti pensavano che fosse solo un gioco per me, la figlia del proprietario che viene dalla Germania a divertirsi con il giocattolino”.

Ma con il tempo tutto è cambiato. Lucia non solo ha fatto da subito sul serio, ma ha portato con sé uno spirito nuovo, una visione di respiro interazionale che mancava ad Ischia: “Qui si guarda sempre a cosa fa il produttore vicino, senza contare che oltre i confini dell’isola c’è un mondo in continua evoluzione, con il quale ogni giorno ci si deve confrontare, traendo, se possibile, motivi di ispirazione.”

Certo non è facile tenere salda la guida di una realtà che appartiene alla dimensione della viticoltura eroica, con terrazzamenti su pendii scoscesi, spesso arroccati in località isolate e difficili da raggiungere, filari che si stagliano tra muretti a secco inondati dal sole, dove la meccanizzazione è bandita e la raccolta a mano è la prassi. Lucia me ne parla mentre passeggiamo tra i filari del vigneto Le Coste, con alle spalle il Monte Epomeo e di fronte lo spettacolo del mare.

Tra terreni di proprietà e in affitto, sono 17 gli ettari vitati, divisi in 14 appezzamenti con condizioni di gestione particolarmente dure, dislocati nelle aree più disparate dell’isola: da nord ovest, nel comune di Lacco Ameno, alla parte centrale, Forio, fino a Sant’Angelo, più a sud.

La coltivazione è vocata, per scelta, ai vitigni autoctoni: per i bianchi Biancolella (con 8 ettari dedicati) e Forastera, Per’e Palummo (Piedirosso), Guarnaccia e Aglianico per i rossi.

“Per fortuna dal 2014 ad aiutarmi c’è mio marito, Giuseppe Andreoli, sempre al mio fianco in ogni scelta”. Lucia sorride e lo indica, proprio a un passo da noi, impegnato con turisti stranieri nella visita alla antica bottaia scavata nel tufo verde, e continua: “lui si occupa dell’amministrazione ma ci confrontiamo su tutto, dalle pratiche in vigna, a quelle in cantina, alle novità da introdurre per rendere la nostra realtà al passo con i tempi e aperta al cambiamento.”

La produzione di Tommasone oggi si attesta intorno alle 100mila bottiglie ed è composta per l’80% da vini Doc e il 20% da Igt. Il mercato di destinazione principale è rappresentato dall’Italia.

“All’inizio l’estero era il focus delle nostre attività, – mi ha spiegato Lucia- poi la costruzione di una rete commerciale capillare ha consentito all’azienda di dedicarsi al meglio al nostro paese. Restano comunque aperti dei canali per la vendita in Asia, soprattutto Giappone e Cina. Va detto che abbiamo la fortuna di trovarci nel centro di una destinazione turistica ambita, per cui sono molti gli stranieri che vengono in cantina a provare i nostri vini e restano in contatto con noi per la spedizione direttamente a casa loro.”

Da quest’anno Lucia e Giuseppe hanno deciso insieme di sperimentare la vinificazione in anfora per una edizione limitata di due dei rossi di punta, il Pignanera (blend di Aglianico 50%, Montepulciano 30%, e Guarnaccia 20%) e il Montezunta (blend di Piedirosso 85%, e Cabernet Sauvignon 15% che nasce dal cru in località Sant’Angelo a 450 sul livello del mare).

La particolarità è che i due vini saranno anche venduti in anfore, da 1lt per il Pignanera, e da 1,5 lt per il Montezunta, con una tiratura di 125 esemplari numerati. La scelta non è solo di natura estetica: l’anfora consente al vino di evolvere, dal momento che garantisce una costante micro ossigenazione, ma è neutra in termini di sapori a differenza del legno, lasciando al vino il suo aroma primario.   

Il formato non è solo un esperimento enologico, ma un vero e proprio omaggio all’isola e alla sua storia, che vede risalire la coltivazione della vite e la vinificazione all’inizio del VIII secolo a.C ad opera dei greci Eubei. Non a caso Ischia è conosciuta anche come “Aenaria”, che significa “luogo di viti e di vino”.    

Altra sfida in cui sono impegnati Lucia e Giuseppe è quella del primo spumante metodo classico ischitano affinato in mare a 50 metri di profondità, un vero e proprio underwaterwine, progetto che vede il patrocinio dell’Area Marina Protetta Regno di Nettuno

Mettere in cantiere investimenti in un periodo come quello che stiamo attraversando a causa dell’emergenza sanitaria la dice lunga sullo spirito di Lucia.

“Negli ultimi mesi non è stato semplice guardare al futuro con serenità. I fermi forzati sono stati solo per le attività che rappresentavano uno sbocco per le vendite, ristorazione in testa. Il fatidico 9 marzo del 2020 eravamo già pronti con le nuove annate ed erano arrivati tanti ordini che nel giro di poche ore, dopo il discorso di Conte, furono annullati.

Ma la vigna non si può mettere in pausa, non conosce lockdown, e gli operai si devono pagare. Fortunatamente le attività in estate hanno ripreso a girare, come sta accedendo quest’anno e poi qui non siamo nati per stare fermi e devo dire, nonostante le preoccupazioni, la nostra volontà di fare è stata premiata.”  

Ci salutiamo, con il sole che inizia a tramontare, dopo un lungo pomeriggio di racconti e degustazioni, con la promessa di rivederci presto, perché viticoltrici come Lucia, intraprendenti e determinate, amanti della crescita e del cambiamento, hanno sempre un nuovo progetto di cui parlare.

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